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TRAVAZZANO - Il rifugio del vescovo ribelle

Castelli Piacentini : All rights reserved to legal owner.Il fortilizio è già citato nel secolo XI come nascondiglio di nobili che tentavano di sfuggire ai popolari

Nel 1860 vi si nascose mons. Antonio Ranza per non essere costretto a celebrare (come gli era stato imposto dalle autorità ecclesiastiche) solenni riti in occasione della visita di re Vittorio Emanuele II


Con la denominazione di Trabicianum il fortilizio si trova citato per la prima volta nel secolo XI quando rappresentò uno dei rifugi dei nobili fuorusciti dalla città. Nel 1088 i popolari vi si portarono per distruggere l'abitato e occuparono pure il castello in cui si trovavano 20 militi con altri ghibellini.
Ai primi di gennaio del 1136 l'imperatore Lotario II, dopo aver tenuto una dieta a Roncaglia, trascorse il giorno dell'Epifania nel fortilizio di Travazzano.
Nel secolo XIII il castello era della nobile famiglia Mancassola, proprietaria di vasti beni in Val Chero e nelle sue adiacenze.
Distrutto una prima volta nel 1216, l'edificio venne occupato dalle milizie imperiali di Enzio, re di Sardegna nel 1244 e nel 1246 quando il re stesso, chiamato da Alberto Da Fontana, tentò invano la conquista di Piacenza.
Di scarsa importanza sono le successive notizie, ad eccezione di un fatto di sangue accaduto nel 1313. In quell'anno il duca Galeazzo Visconti, nella speranza di ottenere una tregua duratura nelle incessanti lotte tra le parti, decise di convocare il Consiglio Generale cittadino, invitandovi pure i due maggiori responsabili delle discordie (Alberto Scoto per i popolari e Ubertino Landi per i nobili) e ordinando loro di intavolare pacifiche trattative.
Accorgendosi che la conciliazione era impossibile, il Visconti trattenne i due capi e, sotto una buona scorta di 600 uomini armati, li inviò a Milano dove li tenne per qualche tempo a domicilio coatto.
La decisione del duca diede origine ad un profondo malumore, sfociato in atti di violenza tra le fazioni. Tra l'altro, Daniele Landi, padre di nove figli, venne assassinato a Travazzano da elementi di parte scotesca. Verso la metà del secolo XVI, il castello costituì parte della dote di Isabella Scotti, andata sposa al conte Pietro Bettoni; la loro figlia, Margherita, a sua volta, per matrimonio, portò il fortilizio al marito, cavalier Alessandro Chiapponi.
Nel 1616 Rosa Scotti, coniugata con un Bracciforti, vendette una parte dell'edificio al cavalier Bartolomeo Riva.
Nel 1647 il fortilizio venne diviso a metà fra i conti Riva e Ottavio Chiapponi. In seguito, i Chiapponi rilevarono anche la porzione dei Riva e tennero il tutto fino all'estinzione della famiglia avvenuta nel 1798.
L'edificio passò quindi ai Sidoli, una dei quali, Teresa, nel 1852 lo lasciò in eredità al seminario di Bedonia, che lo adibì a villeggiatura estiva per i seminaristi.
Il 5 maggio 1860 nel castello si rifugiava clandestinamente il vescovo di Piacenza, mons. Antonio Ranza per non essere costretto a celebrare -contro le disposizioni delle superiori autorità ecclesiastiche- solenni riti religiosi in occasione della visita del re Vittorio Emanuele II negli Stati di recente annessi al Piemonte. Per essere sicuro di non essere rintracciato, dopo una breve sosta nella località, egli si spostò nel vicino fortilizio di Masana, di proprietà vescovile.
Fino ai primi decenni del 1900 Travazzano fu anche residenza estiva del Vescovo di Piacenza.
Il castello è impostato sullo schema tradizionale piacentino: pianta rettangolare con quattro torri ai vertici. Oggi se ne conservano solo due, una circolare e l'altra quadrata.
In un salone si trova un camino di pregevole fattura con lo stemma dei Chiapponi; interessanti pure i soffitti a cassettoni.

COME CI SI ARRIVA - Da Piacenza per San Giorgio e Carpaneto, quindi a destra lungo la strada per Veleia, fino a quando non ci si imbatte nel bivio per Travazzano (21 km dalla città).

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